Quella tua voce che mi tiene in vita_Un racconto

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Quella tua voce che mi tiene in vita_Un racconto

Mi sono rifugiata nella mia stanza. I miei genitori stanno litigando, sento piatti che si rompono, porte che sbattono, urla, voci scomposte, accuse reciproche sferzate come pugni nello stomaco. Premo la tua foto sul mio petto. Lì, dove sento battere all’impazzata il cuore.

Sei così bello, sai? Così incredibilmente bello. Con le mie dita accarezzo la piccola cicatrice tra le tue sopracciglia scure e quella sul dorso del tuo naso. Non si vedono nella foto, le hanno ritoccate, ma io so che sono lì.
Le ho viste, anche attraverso lo schermo, quando eri sul palco, splendente come un cielo stellato e migliaia di solelune.
Solelune, una parola che ho inventato per te. Perché tu sei luna e sole allo stesso tempo. Caldo e freddo. Gioia e dolore. Sorriso e lacrima.
Come mi piacerebbe saper esprimere meglio quello che sento per te! Ma le mie parole falliscono… falliscono miseramente, come molte cose nella mia vita.
La mia giovane vita. Volevo gettarla via. Non sopportavo più il mio corpo profanato. Ho ingoiato le pillole di mia madre, quelle che prende ogni sera per poter dormire, per poter affogare la sua germogliante coscienza nel sonno. Volevo chiudere gli occhi per sempre, finalmente non sentire più nulla.

Ma non sono riuscita neanche in questo. E per questo mi sono odiata. Non sopportavo l’espressione ferita e di rimprovero dei miei genitori, la loro farsa di genitori preoccupati. Volevo farlo di nuovo, ma qualcosa in me si è ribellato. Qualcosa in me era cambiato in silenzio, senza che ne prendessi nota e mi ha costretto ad alzarmi ogni giorno, a sopportare l’impotenza.

Non riesco a esprimere cosa sia questo qualcosa, ma sono sicura che tu sappia di cosa parlo. Anche tu sai cosa significa rinascere dalle proprie ceneri. Le tue cicatrici te lo ricordano ogni giorno quando guardi il tuo bel viso nello specchio, quando segui con gli occhi le tracce del tuo passato, quello trascorso nel tuo Paese devastato dalle bombe e dalla fame.
Ogni giorno ascolto la tua musica, mi lascio cullare dalla tua voce. La incido nel mio cuore, negli strati più profondi della mia anima. E mentre ti ascolto vedo i tuoi gesti, il tuo sorriso, i tuoi occhi che brillano, il tuo portare il mento in avanti quando ti senti in imbarazzo e come trattieni le lacrime quando sei emozionato. Tutto in te parla d’amore.

Mi chiedo come faccia a sapere cosa sia l’amore. Forse la mia anima possiede qualcosa di simile ad una bussola, qualcosa che mi guida verso la mia stella polare. La mia barca naviga in mare aperto e non vuole più affondare da quando sei entrato nella mia vita.

Ieri ero in un bar e quando sono andata alla cassa per pagare, è entrata in volo un piccione bianco, sembrava una colomba, e non riusciva più a uscire. È volato contro la parete in vetro, dalla quale si vede la fontana della piazza, ancora e ancora, cercando disperatamente la sua strada verso la libertà. Già lo vedevo giacere sul pavimento con il collo rotto e la testolina sanguinante. Invece è riuscito a volare via. L’ho visto alzarsi velocemente nel cielo azzurro. Così mi innalzo anch’io, quando canti, come sulle ali di un gabbiano e osservo le onde che si infrangono contro la chiglia della mia nave, la cullano e la trasportano, chissà dove.

Non mi sento più sola. Sei sempre con me, mi addormento con te, mi alzo con te, vado a scuola, mangio, faccio i compiti con te. Sei con me quando i miei genitori litigano, quando mi sgridano, quando le notti non vogliono mai finire, quando i giorni scivolano via senza lasciar traccia. Tu sei l’amore che dimora in me, il piccolo arcobaleno che mi abita nell’anima, sfidando il grigio dei giorni e mi tiene in vita.

Immagino di incontrarti per strada, io spettinata, le spalle curve. Probabilmente non ti accorgeresti di me, mai sospetteresti la veemenza delle mie emozioni per te. Non ti saluterei, ti lascerei passare, come uno sconosciuto, uno dei tanti. Non voglio rivelare i miei sentimenti. Tu sei il mio segreto, qualcosa che non voglio dire, per paura che possa sgretolarsi nel momento in cui oso chiamarlo per nome.

Bacio le tue cicatrici, la tua fronte, le tue labbra  e ti porto a dormire con me, nei miei sogni… in mare aperto … sulle ali di un gabbiano… verso chissà quali sponde.

Maria Letizia Del Zompo

 

Noa Pathoven_la determinazione di morire che ci disarma e ci accusa

 

 

By | 2019-06-08T08:43:31+00:00 giugno 7th, 2019|Amore, Racconti brevi, Relazioni umane|0 Comments