COSÌ TI SCRIVO – Fabrizio Bozzini e Paola Cingolani. Recensione

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COSÌ TI SCRIVO – Fabrizio Bozzini e Paola Cingolani. Recensione

L’imprevisto è la sola soluzione”, scrive Montale.
Con questa citazione mi ritrovo nel mezzo dello spazio di dialogo e riflessione che mi regalano il libro di Fabrizio Bozzini e Paola Cingolani: “Così ti scrivo. Memorie di un dialogo”. Un imprevisto che oserei definire salvifico, perché mi costringe a rapportarmi di nuovo alla bellezza, a concedermi una tregua dall’orrore e dallo sconcerto che mi trasmettono una guerra insensata e fratricida deflagrata nel cuore dell’Europa.

In questo tempo cupo e sospeso, che si somma ad altro tempo dominato dall’incertezza e dall’isolamento, il dialogo rispettoso e profondo tra due amici, accomunati dall’amore per la lettura e la scrittura, raggiunge l’animo di chi li legge come un ampliamento del proprio respiro, uno spazio di grazia che induce alla riflessione e alla gratitudine: “Essere grati conta… a dimostrare che gli affetti si evolvono ma non cadono mai nell’oblio”, scrive Paola.

Paola e Fabrizio dialogano scrivendosi lettere e ciò, come loro stessi affermano, può sembrare obsoleto, ma è proprio questa forma che dà sostanza alle loro riflessioni e confessioni, che concede lo spazio per un vero incontro, per mettersi a nudo senza aver paura dell’altrui giudizio, e dà modo al lettore di creare dentro di sé un luogo di silenzio, nel quale ascoltarli e ascoltarsi. “Il vero dialogo non impone mai un pensiero. Lo migliora”, scrive il Re Inca, l’alter ego o meglio l’anima scrivente di Fabrizio.

Tra una citazione, una poesia, un aforisma, una battuta ironica e qualche racconto si dipanano i pensieri e le riflessioni, i ricordi e le confessioni di due amici che ricompongono le proprie inquietudini e paure, i propri dubbi e contraddizioni nell’armonia di un discorso sincero. “Nel comunicare liberamente ci si spoglia delle paure di doversi contenere con le espressioni”, ma le parole non vengono buttate lì a caso, sono rispettose, “misurate”, non vengono scagliate come “proiettili”, ma curano, si compongono in un dialogare fluido e sincero che diventa poesia.

Ed è la poesia, a mio parere, il vero filo conduttore di questo libro e la incontriamo sotto diverse sembianze.

Poesia è nei versi di Paola. Per lei “La poesia resta la sola maniera con la quale tentare di avvicinare un po’ di infinito”, e l’infinito ci sembra di toccarlo con mano nelle sue parole, quando scrive: “Tu osservi da  lassù la vastità del cielo e ti diventa infinità addizionata al mare”.

Poesia è nei racconti e “nei piccoli frammenti di sé”, come ama definirli Fabrizio, il quale lascia scrivere al Re Inca le sue più profonde confessioni, le quali non osa chiamare poesie, aforismi o prosa: “La mia non è poesia, assomiglia più al sale sullo scoglio, dopo la burrasca, in quel suo nostalgico sentirsi mare”. E in questa negazione Fabrizio svela l’anima tormentata del poeta, che cerca la parola in grado di esprimere l’universo delle proprie emozioni.

Poesia è nei versi e nelle citazioni di altri autori – da Pavese a Montale, da Leopardi a Rainer Maria Rilke – che arricchiscono il testo senza mai essere ingombranti, ma contribuiscono a tessere la stessa tela, quella di una introspezione che vuole essere affermazione della vita e della sua bellezza.

La poesia risiede nel dialogo stesso, perché immediato e trasparente, emozionante perché vero. Poesia è nel loro essere genitori che sanno cosa significa amare e accudire, poesia è nell’attenzione alle piccole cose, nella osservazione/contemplazione della natura, è nella bellezza di uno scambio disinteressato nel quale le parole non sono solo “parole”, ma si sentono “scorrere come sangue nelle vene”.

Il loro dialogo mi ricorda una composizione musicale, nella quale tonalità maggiori si alternano a tonalità minori, in cui ad un allegro segue un andante e viceversa, in un crescendo di energia e speranza. I pensieri e le metafore prendono corpo e diventano per il lettore materia di riflessione e arricchimento.

Alla potente immagine evocata da Paola, la quale non intende arruolarsi tra i cecchini e issa bandiera bianca, inneggiando alle cose meno appariscenti come un granello di sabbia – che non puoi intaccare più “nemmeno con la punta di un ago” –, fa eco la nebbia di Fabrizio, addentrandosi nella quale si perdono i contorni tra realtà e sogno, permettendo a se stessi di avvicinarsi alla parte più profonda dell’Essere, alla radice e alla ricchezza delle proprie emozioni.

Il disincanto e la malinconia di Fabrizio cercano di ricomporsi nel racconto e nella contemplazione del bello, la dicotomia tra mente e cuore nel sogno e nella ricerca dell’amore.

La consapevolezza della mutevolezza dell’esistenza – “La sola certezza è l’incerto. Di altro mi ammorbo” – non sono per Paola motivo di rassegnazione ma di coraggio, al quale si arriva “dopo aver macinato tanta sofferenza”. Motivo, quest’ultimo, per affrontare la vita a testa alta ­– lei, “domatrice di coccodrilli” –, con la forza che le deriva anche dal sentirsi madre oltre che donna schietta, la quale si rifiuta di voler usare parole come “proiettili”, ma sa come non farsi manipolare, sapendo riconoscere i “ricatti morali mascherati da consigli benevoli”.

In questo dialogo, che non vuole essere esaustivo e che non vuole decriptare la Stele di Rosetta, né andare alla ricerca del sacro Graal, si toccano tanti temi: l’amore, l’amicizia, la comunicazione ai tempi dei social – spesso aggressiva e vuota –, la paura, il disincanto, la poesia, i demoni interiori, il ricordo tenero e doloroso di persone che abbiamo perduro, il sogno, le contraddizioni della vita, la morte, il percorso che ci porta a conoscere noi stessi, chiedendosi se questo è veramente possibile.

Rimangono tante domande, riflessioni che vogliono essere ulteriormente approfondite, spunti di dialogo nei quali viene la tentazione di intromettersi per tentare un azzardo in più.

Non posso che concludere le mie considerazioni, su quanto letto, con le parole dei due amici:

A restare umani viene la tentazione di essere felici, di gettare fiori senza spine sopra l’inferno prima di camminarci scalzi” (Paola).  Quindi, “La vita non misuratela. vivetela” (Re Inca).

Aggiungo solo un sincero: Grazie.

 

Maria Letizia del Zompo

 

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By | 2022-04-22T19:07:30+00:00 aprile 22nd, 2022|Altri Autori-Poesie_Brani_Citazioni, Articoli, Libri|0 Comments